Circolo Artistico, Palazzo delle Prigioni Vecchie, Wenecja · lipiec 1974 · 5 min czytania
Przedruk w katalogu Palazzo Braschi, Rzym, 1976.
Masini zaczyna od przeglądu dwudziestu lat krytyki o Zennarze, po czym umieszcza go jako zawias między formotwórczą tradycją rzeźby europejskiej do lat pięćdziesiątych a swobodniejszymi, mniej przedmiotowymi poszukiwaniami późniejszymi. Wielką kolumnę z 1972 roku czyta wobec Kolumny nieskończonej Brancusiego, a w nowych pracach z pleksiglasu odnajduje rozjaśnienie tego samego dramatu.
Sull'opera di Giorgio Zennaro esiste già una folta bibliografia che raccoglie una serie di testi autorevolissimi, usciti nell'arco già quasi ventennale della sua attività plastica e grafica.
Quasi tutti i nomi dei critici più impegnati nella dialettica artistico-culturale di questi venti anni hanno dato il loro contributo in questa gara di riconoscimenti: soli assenti — e questo dimostra quanto ancora siano determinanti certi fatti di rapporto personale e il muoversi in un clima culturale invece che in un altro — sono, o alcuni critici tra i più giovani, o alcuni la cui incidenza si svolge in centri diversi (Milano, Roma), o, comunque, quelli la cui indagine si svolge, generalmente, su piani operativi più direttamente coinvolti nelle poetiche di impostazione dichiaratamente anti-storica.
Ciò che poi non significa che un discorso impostato sulla cultura storica come quello di Zennaro comporti risultati di tipo storicistico e tanto meno tradizionalista.
Ché anzi, nel filtro ragionato di una analisi critica della storia delle avanguardie del '900, letta attraverso l'esperienza plastica europea, Zennaro riesce, come han riconosciuto sempre, appunto, i suoi interpreti, ad enucleare un discorso autonomo, che sa porsi in relazione, se non con tutte le esperienze artistiche in atto, in quanto si svolge su piani e con mezzi operativi diversi, certamente con la situazione esistenziale in atto, alla quale allinea — e contrappone —, una sua urgenza di sollecitazione ètica, di perentoria, lucida, netta incisività.
Credo sia inutile cercare di ripercorrere i momenti successivi dell'esperienza sulla scultura di Zennaro. Marchiori per primo, che più di tutti lo ha seguito, ce ne ha dato, quasi di anno in anno, una restituzione attenta e diretta; e anche Elda Fezzi, nel suo esatto e profondo saggio monografico, ed Enrico Crispolti, e Aldo Passoni (per limitarmi ai testi di questi due ultimi anni) hanno ormai toccato tutti i punti per un'analisi critica più che esauriente: Elda Fezzi scavando nell'ascendenza dinamica di un "segno-immagine di un «complementarismo» futurista"; Enrico Crispolti riagganciandone la "frequentazione del mito della purezza formale" alla flessione "in una caratterizzazione personale … di quel clima di civiltà della forma appunto come segno di valore culturale e di dignità umana della cultura che proprio a Venezia distingue un modo di partecipazione culturale moderna, … da Viani a Scarpa, nell'ordine plastico, come da Marchiori ad Apollonio, nella cultura critica"; Aldo Passoni, parlando di "quella lezione di euritmia brancusiana che Zennaro ha saputo così intensamente assimilare" e del "trascorrimento nello spazio aperto per mezzo di agganci che dalla situazione statica delle « sequenze plurime in apertura concrescente » passano alla situazione di movimento delle ultime sequenze plurime la cui leggerezza materica ha il trascorrimento che Giacomo Balla sapeva imettere nei suoi «voli di rondini»".
Ci sono inoltre, illuminanti e precise, le dichiarazioni stesse di Zennaro, e le analisi che egli fa delle sue opere che "rivelano", come scrive Marchiori, "una esemplare capacità di giudizio autocritico".
E dimostrano anche la vivacità dell'interesse didattico di Zennaro che assume, in lui, significato di stimolo continuo, di impegno ad approfondire, senza sosta, la sua ricerca di linguaggio espressivo, che si fa, anche, esemplificazione e modello per una didattica operante, in continua evoluzione, mai statica o accademica.
Questo spiega, a mio avviso, anche la dinamica del suo linguaggio; il suo approfondito lavoro di indagine sulla formatività, iniziato anche come verifica di certi valori (la simultaneità futurista, come incidenza diretta o indiretta, per esempio, sulle poetiche 'concrete' — con l'organicità flessibile di Arp, da un lato, la razionalità rigorosa di Max Bill, dall'altro —; il significato del segno, nell'opera plastica, come mezzo di filtraggio esterno-interno, spazio-luce, in alternativa con l'impatto della massa compatta con lo spazio esterno).
Fino ad arrivare a questa sua attuale sintesi dei due modi di definirsi dell'opera plastica: quello di concezione ancora 'classica', come massa, appunto, compatta, che lo spazio 'esterno' avvolge, leviga, sduttisce — da Brancusi ad Arp a Moore —; e quello in cui l'opera assorbe, invece, lo spazio, quasi dissolvendosi in esso, lasciandosene assorbire, avvolgendolo, divenendone contenitrice e generatrice, a sua volta, — da Pevsner a Calder, a Moholy-Nagy, fino a Fontana e Melotti —.
Riuscendo, in altre parole, a porsi come tramite tra quel discorso di formatività che ha costituito la linea più consistente della scultura europea fino agli anni cinquanta, tuttavia monumentale ed erede dell'800 francese, e l'apertura verso una flessibilità libera, meno oggettuale e meno vincolata alla materia, che caratterizza le ricerche più recenti, non solo plastiche ma architettoniche e di design. In cui il design — e si vedano, a questo proposito, gli ultimi lavori di Zennaro e la sua grafica, lucidissima — si dà come matrice progettuale, dinamica, mentale, come generatrice, appunto, più che come mezzo di finalizzazione oggettuale, scorporandosi così da ogni componente produttivistica.
La grande colonna composita di Zennaro (Sequenze plurime in apertura concrescente, del 1972) si richiama alla Colonna infinita di Brancusi, ma, nella dentata seghettatura delle morse in progressione, afferra e lacera lo spazio esterno, divenuto, lui, compatto e lacerabile — quasi a significare un rovesciamento di contenuti materia-antimateria — quasi allusione alle infinite tenaglie costruite in serie dalla nostra civiltà tecnologica, mostruosi robots distruttori (il design che si autodistrugge); in una drammatica, continua, insopprimibile minaccia.
Le opere più recenti, in cui anche l'uso di un materiale filtrante, trasparente (il plexiglas), alleggerisce la compattezza dell'immagine, questo senso di dramma incombente si fa meno oppressivo; la speranza, per l'uomo, è, ancora e sempre, nel superamento della materia, nel suo progressivo alleggerimento, nella lucidità della mente, che ragiona, pensa, e anche sogna.